Pensioni d’oro nel mirino, ma dubbi sugli incassi difficile fare calcoli

Pensioni d’oro nel mirino, ma dubbi sugli incassi difficile fare calcoli

Nel contratto di Governo c’è il taglio delle pensioni d’oro superiori a 5.000 euro netti al mese non giustificate dai contributi versati. Il Ministro del Lavoro Di Maio ha annunciato “l’abolizione delle pensioni d’oro con un tetto di 4.000 / 5.000 euro per tutti quelli che non hanno versato una quota di contributi che dia diritto a un importo così alto”. Dal sistema retributivo al contributivo, dalla pensione lorda a netta, ecco quali sono le pensioni d’oro e a chi toccherebbero i tagli. FanPage

Risparmi sulla carta

Difficile dare una risposta velocemente, perché il tema delle pensioni d’oro (e dei possibili tagli) è dibattuto da anni senza che si siano fatti interventi incisivi per ridurle. Per quale ragione? La spiegazione la si trova prendendo in esame qualche numero. Innanzitutto, va fatta una premessa: una pensione di 5mila euro netti al mese (se si vuole prendere a riferimento l’importo netto), corrisponde a un assegno lordo molto alto,  pari a oltre 8mila euro mensili, per un totale di più di 100mila euro lordi all’anno. Gli italiani che hanno un reddito pensionistico così alto, secondo le stime diffuse nelle  scorse settimane da diverse testate giornalistiche, sono in totale poche decine di migliaia in tutto e costano alle casse dello stato circa 4 miliardi di euro.

Per ottenere un miliardo di euro di risparmi, dunque gli assegni d’oro dovrebbero in teoria essere  decurtati in media di almeno un quarto del loro importo. Peccato, però, che i pensionati ricchi paghino sulle loro rendite un mucchio di tasse, essendo soggetti a un’aliquota irpef che si aggira sul 40%. Se il governo taglia i loro redditi, deve dunque rinunciare a incassare un bel po’ di entrate fiscali. Il che vanifica in gran parte i potenziali risparmi ottenibili. (panoram)

Calcoli difficili

Ma c’è poi un altro aspetto da considerare: come si fa a capire quali sono le pensioni sproporzionate ai contributi? Già negli anni scorsi, il presidente dell’Inps Tito Boeri aveva avanzato l’idea di fare un ricalcolo contributivo di tutti gli assegni per scovare le rendite immeritate. Gran parte delle persone che oggi sono a riposo, infatti, ricevono una pensione determinata in base al vantaggioso metodo retributivo, cioè in proporzione agli ultimi stipendi percepiti prima di congedarsi dal lavoro e non in base a quanto hanno versato all’Inps nel corso della carriera. 

Il guaio è che per molti lavoratori il ricalcolo contributivo è difficile da fare, se non impossibile, perché non si può ricostruire con esattezza i loro versamenti. Questa considerazione vale soprattutto per gli impiegati pubblici che per molti anni non hanno avuto un istituto previdenziale come l’Inps. Le loro pensioni erano infatti a carico dei bilanci degli stessi enti per i quali avevano lavorato, che non accantonavano contributi ad hoc per ogni singolo dipendente ma, più semplicemente, inserivano gli assegni pensionistici nel calderone dei loro bilanci. 

Stipendi alti, pensione più bassa

Infine, c’è un ultimo aspetto da considerare. Non è detto che le cosiddette pensioni d’oro siano sempre sproporzionate rispetto ai contributi versati. Anzi. A causa un meccanismo un po’ complicato che sta alla base del vecchio metodo retributivo, infatti, chi è andato in pensione con stipendi molto alti riceve dall’Inps un assegno proporzionale soltanto a una parte degli ultimi redditi, non all’intera cifra che guadagnava prima di mettersi a riposo. 

Il vecchio metodo retributivo, insomma, ha avvantaggiato chi aveva gli stipendi medi, più che i lavoratori con paghe elevate, i quali invece sono stati addirittura penalizzati da questo sistema. Di conseguenza, la speranza di Di Maio di incassare 1 miliardo di euro  tagliando le pensioni sopra i 5mila euro al mese rischia seriamente di basarsi su calcoli sballati. 

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