Oltre il 30% dei dipendenti sotto i 10mila euro annui
In Umbria, il mercato del lavoro si presenta segnato da instabilità, bassi salari e discontinuità occupazionale. È quanto emerge dai più recenti report pubblicati dall’Ufficio economia della Cgil Umbria e dalla Fondazione Di Vittorio, che hanno analizzato i dati relativi al 2023 e al decennio successivo all’introduzione del Jobs Act.
Secondo l’analisi dell’Ufficio economia, condotta su dati Inps, Istat e Agenzia Umbria Ricerche, i lavoratori dipendenti in Umbria nel 2023 erano 231.325, con un salario lordo annuo medio di 20.993 euro. Tuttavia, meno del 40% (pari a 90.244 lavoratori) risultava avere un contratto a tempo indeterminato full time per l’intero anno, con una retribuzione media di 31.851 euro. I restanti sono inquadrati in forme contrattuali caratterizzate da discontinuità, part-time e precarietà, con livelli retributivi fortemente inferiori.
Tra questi, circa 20mila persone (8,6%) avevano contratti a termine, part-time e discontinui, guadagnando in media 6.500 euro lordi annui. Altri 19.500 lavoratori (8,5%) risultavano impiegati con contratti a tempo indeterminato part-time discontinui, con uno stipendio medio di 10.500 euro. Ulteriori 31mila lavoratori (13,5%) erano assunti con contratti a termine, full time ma discontinui, percependo circa 10.000 euro lordi l’anno. Il restante gruppo, di circa 70mila lavoratori, era distribuito tra diverse tipologie contrattuali, con retribuzioni che andavano dai 16.000 ai 28.000 euro annui.
L’analisi per fasce d’età evidenzia che i lavoratori con meno di 35 anni erano 70.500 (30,4%) e percepivano un salario medio di 15.000 euro. La fascia tra i 35 e i 64 anni, che rappresentava la maggioranza (156mila persone, 67,5%), guadagnava in media 23.800 euro, mentre i lavoratori con oltre 64 anni, pari al 2,1% del totale (circa 5mila), avevano una retribuzione media annua di 16.400 euro.
Secondo la Cgil Umbria, questo quadro evidenzia non solo un progressivo peggioramento delle condizioni lavorative, ma anche un esodo giovanile alimentato dalla mancanza di opportunità adeguate. I settori che maggiormente assorbono forza lavoro, come commercio e turismo, sono infatti quelli con le condizioni occupazionali più instabili, caratterizzati da part-time involontari, scarsa stabilità e bassa qualità retributiva.
Parallelamente, la Fondazione Di Vittorio ha presentato uno studio che copre il decennio 2014-2024, con particolare attenzione agli effetti delle riforme del lavoro legate al Jobs Act. Nel 2019, cinque anni dopo l’introduzione del contratto a tutele crescenti, il numero complessivo degli occupati in Umbria era di 363mila: 222mila dipendenti a tempo indeterminato, 50mila a tempo determinato e 91mila lavoratori indipendenti. Rispetto al 2014, si registra un aumento complessivo del +4,1%, pari a 14mila persone in più. Tuttavia, a fronte di un calo degli autonomi del -2,8%, si nota una crescita contenuta del lavoro stabile (+1,5%) e un’espansione rilevante del lavoro a termine, aumentato del +37,2% (pari a 13mila occupati).
Dal punto di vista delle professioni, si è consolidata una netta polarizzazione: da un lato, aumentano gli occupati in ruoli altamente qualificati, come quelli intellettuali-scientifici (+9,8%) e tecnici (+11,4%), dall’altro cresce la quota di professioni non qualificate (+11,9%).
Nel quinquennio successivo, 2019-2024, condizionato dagli effetti della pandemia da Covid-19, gli occupati totali salgono a 373mila, segnando un incremento del +4,2% (+15mila persone). Le dinamiche settoriali mostrano un andamento irregolare: il comparto delle costruzioni ha avuto una forte impennata nel 2021, legata agli incentivi edilizi, mentre l’industria ha mantenuto una certa stabilità con un aumento complessivo del +11,8% nel quinquennio, nonostante un calo nell’ultimo anno.
Nel settore commercio, alberghi e ristorazione, il numero di occupati ha segnato un balzo in avanti del +13,5% solo nel 2024 rispetto all’anno precedente. In netto contrasto, l’agricoltura ha registrato un crollo occupazionale del -37,5% tra il 2019 e il 2024, con un calo dai 16mila lavoratori del 2019 ai 10mila del 2024.
Secondo quanto illustrato nel corso della presentazione dei dati, i salari in Italia, e quindi anche in Umbria, risultano stagnanti da oltre tre decenni, rimanendo tra i più bassi d’Europa. La crescita occupazionale osservata negli ultimi mesi non è riconducibile alle riforme del lavoro, ma piuttosto all’impatto temporaneo di misure pubbliche, come il Superbonus 110% e gli investimenti del Pnrr. Da qui, la necessità – evidenziata dagli studi – di politiche economiche incentrate su investimenti pubblici e privati, capaci di generare occupazione stabile, accrescendo produttività e retribuzioni attraverso l’innovazione tecnologica.
I dati emersi confermano inoltre che una larga parte dei lavoratori umbri – pur essendo occupata – vive in condizioni di povertà lavorativa, non riuscendo a raggiungere livelli salariali che consentano una vita dignitosa. L’aumento dei contratti discontinui e la larga diffusione del part time involontario determinano un sistema in cui la crescita occupazionale, pur esistente nei numeri, non si traduce in miglioramento delle condizioni di vita.
La situazione illustrata rafforza, secondo i promotori degli studi, l’urgenza di rivedere il quadro normativo vigente in tema di lavoro e cittadinanza, anche in vista delle consultazioni referendarie previste per l’8 e 9 giugno, su temi centrali per l’equilibrio sociale e la giustizia retributiva.
La condizione del lavoro in Umbria, nel quadro delineato da Cgil e Fondazione Di Vittorio, si conferma quindi cronicamente fragile, con tendenze che ripropongono lo stesso schema di polarizzazione e instabilità osservato nel resto del Paese. Le politiche del lavoro adottate negli ultimi anni sembrano non aver prodotto i risultati attesi in termini di benessere diffuso, ma al contrario hanno contribuito ad alimentare forme di sfruttamento sistemico, impoverendo ampie fasce della popolazione attiva

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