Bruxelles e Washington divise su farmaci, web e agroalimentare
L’accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea sui dazi, formalizzato nei giorni scorsi in Scozia, rischia di generare più incertezze che soluzioni. A poche ore dall’entrata in vigore delle nuove tariffe, emergono profonde discrepanze tra le versioni del testo diffuse da Bruxelles e Washington. Lo riportano la Stampa, il Messaggero e il Sole 24 Ore, sottolineando come il contenuto dell’intesa presenti formulazioni differenti a seconda del lato dell’Atlantico.
Nonostante le dichiarazioni ufficiali, il documento non è giuridicamente vincolante e lascia ampi margini di interpretazione sui settori coinvolti. In particolare, i punti più controversi riguardano il trattamento fiscale per le piattaforme digitali, i dazi su prodotti farmaceutici e alimentari e le esenzioni concesse per materiali industriali come acciaio e alluminio.
Il Fatto Quotidiano evidenzia come la web tax sia al centro di un confronto serrato: Bruxelles intende mantenere una certa autonomia impositiva sui colossi digitali, mentre Washington pretende un’applicazione uniforme che escluda discriminazioni verso le aziende statunitensi. Anche sulle tariffe per i medicinali le posizioni restano distanti: l’Unione Europea denuncia il rischio che l’accordo favorisca le case farmaceutiche americane a scapito della concorrenza interna.
Le tensioni sono aumentate quando si è scoperto che le due versioni del testo firmato differiscono anche nelle clausole sugli standard agroalimentari, tema particolarmente sensibile per diversi Paesi membri. Secondo Il Manifesto, le divergenze potrebbero rallentare l’attuazione dell’intesa e sollevare ricorsi formali nei confronti della Commissione.
Il clima resta teso anche a livello politico. Italia Oggi riferisce di un irrigidimento della premier Giorgia Meloni, determinata a non fare marcia indietro su un’intesa che pure molti nel suo stesso esecutivo considerano sbilanciata. Bruxelles, dal canto suo, si è detta compatta nella difesa degli interessi industriali europei, in particolare sul fronte dell’acciaio e dei settori strategici legati all’innovazione tecnologica.
Nell’analisi di Libero, il rischio è che la distanza tra le due sponde dell’Atlantico si allarghi ulteriormente proprio nel momento in cui il blocco occidentale dovrebbe mostrarsi coeso, sia sul piano economico che su quello geopolitico.
La nota interpretativa pubblicata dalla Commissione europea cerca di ridurre l’impatto delle polemiche, ma le perplessità restano. L’intesa non prevede sanzioni per eventuali inadempienze e si affida alla “buona fede” delle parti, elemento ritenuto troppo debole dagli osservatori.
Infine, Avvenire osserva che il contesto globale, segnato da guerre commerciali striscianti, inflazione e tensioni internazionali, richiederebbe ben altra chiarezza e determinazione. La partita vera, si legge, non è ancora cominciata: si giocherà nei prossimi mesi, quando inizieranno le trattative settoriali sui singoli regimi tariffari e sulla revisione del quadro normativo.
Il patto, dunque, si annuncia fragile e già messo alla prova. E l’Europa, ancora una volta, appare costretta a rincorrere le scelte unilaterali di Washington.

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