Delegazione russa attende, ma il Cremlino non cede
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Il Cremlino adotta una mossa tattica e invia la propria delegazione a Istanbul per colloqui con l’Ucraina, ma Vladimir Putin non intende partecipare. Il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha annunciato che Mosca sarà presente in Turchia, ribaltando l’annuncio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che aveva affermato di essere pronto a incontrare “faccia a faccia” il leader russo.
L’incontro diretto tra i due capi di Stato, però, non avrà luogo. Nessun segnale concreto è giunto dalla Russia, nonostante le pressioni di Stati Uniti e Unione Europea, che continuano a minacciare nuove sanzioni. La dichiarazione di Peskov si configura più come una contromossa mediatica che come un’apertura reale, un modo per neutralizzare l’iniziativa diplomatica dell’Ucraina e svuotarne il significato.
Il presidente russo evita accuratamente di citare Zelensky per nome. Si riferisce invece a vaghe “autorità di Kiev”, confermando l’atteggiamento di totale rifiuto verso una legittimazione del leader ucraino. Per il Cremlino, un incontro pubblico tra Putin e Zelensky equivarrebbe a riconoscere implicitamente l’autorità politica di quest’ultimo, una prospettiva che la narrazione russa rifiuta categoricamente.
Mosca da tempo sostiene che il mandato presidenziale ucraino sia giunto al termine e che il potere a Kiev sia ormai illegittimo. In quest’ottica, l’unica conclusione accettabile del conflitto risiederebbe nella rimozione dell’attuale governo ucraino. La retorica ufficiale insiste su un cambio di leadership, accompagnata da una rappresentazione di Zelensky come simbolo di un potere “nazista” e usurpatore.
Secondo analisi dell’Institute for the Study of War, Putin ha costruito un’intera impalcatura propagandistica per preparare la popolazione russa a una guerra prolungata, non a una soluzione negoziale in tempi brevi. La sua assenza da qualsiasi possibile tavolo di confronto risponde a un preciso calcolo strategico.
L’invito diretto rivolto da Zelensky al presidente russo è stato formulato in modo chiaro: l’incontro deve avvenire con la mediazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Zelensky si è detto pronto a volare a Istanbul, nel caso in cui Putin decida di lasciare Mosca e affrontare il confronto. Un gesto calibrato, accompagnato da un messaggio inequivocabile: “Aspetterò lui, solo lui”.
Se Putin non si presenterà, secondo il presidente ucraino, sarà la dimostrazione definitiva della sua indisponibilità a porre fine al conflitto. L’iniziativa ucraina si inserisce in una dinamica più ampia, in cui cresce anche il pressing internazionale.
Gli Stati Uniti, pur senza intervenire direttamente, mantengono alta la pressione. L’ex presidente Donald Trump ha espresso frustrazione per l’atteggiamento di Mosca e ha ventilato nuove misure restrittive. È prevista la presenza del segretario di Stato americano Marco Rubio in Turchia, a conferma della rilevanza che Washington attribuisce al vertice.
Nonostante l’apparente apertura, la Russia continua a mostrare che la linea militare resta prioritaria. Nella notte, droni Shahed hanno colpito diverse località ucraine. Gli attacchi confermano che i colloqui, anche solo ipotetici, non comportano alcuna riduzione delle operazioni belliche.
Sul fronte, il turnover tra le truppe russe è continuo. Le forze armate di Mosca sostituiscono rapidamente le perdite con nuove leve, nel tentativo di conservare l’iniziativa e non arretrare. La valutazione dell’ISW sottolinea come l’obiettivo sia consolidare il controllo territoriale, mantenendo la pressione anche in assenza di progressi diplomatici.
Sul piano interno, la Russia reagisce alla proposta di dialogo con toni sprezzanti. Konstantin Kosachev, vicepresidente del Consiglio federale, definisce l’invito di Zelensky una “messa in scena”. Anche Rodion Miroshnik, rappresentante del ministero degli Esteri, parla di “intenzioni opache” da parte ucraina.
Le parole dei funzionari russi evidenziano un atteggiamento di chiusura e diffidenza, accompagnato dalla volontà di spostare l’attenzione dal mancato coinvolgimento diretto del presidente Putin.
Intanto, l’assenza del leader del Cremlino assume una valenza più ampia. Evitando il confronto, Putin si sottrae a una dinamica che rischia di indebolire la narrazione ufficiale. Apparire al fianco di Zelensky equivarrebbe, agli occhi del pubblico russo, a una concessione. Un cedimento difficile da giustificare in un contesto in cui la guerra è descritta come una battaglia esistenziale.
L’eventuale presenza della delegazione russa a Istanbul, dunque, non rappresenta un cambio di rotta, ma una strategia per conservare l’apparenza del dialogo, senza rinunciare alla linea dura. La guerra prosegue, sul campo e nelle stanze della diplomazia, ma per ora il gelo resta.

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