Arresto per caporalato in autolavaggio, intervista Luogotenente Borsellini


Arresto per caporalato in autolavaggio, intervista Luogotenente Borsellini

Due fratelli egiziani hanno sfruttato quattro connazionali e per questo sono stati indagati dalla Procura di Perugia. I quattro erano impegnati nel lavaggio di automobili low-cost a Città di Castello, tre di questi erano stati assunti regolarmente, mentre il quarto no!

Uno dei due fratelli è stato arrestato ed è destinatario di un’ordinanza di custodia cautelare insieme all’altro che al momento non si trova, è ricercato.

Il tutto è iniziato nel 2017 e le indagini sono durate circa un anno. I lavoratori venivano sfruttati 12 ore al giorno, dalle 8 alle 20 dietro un corrispettivo di 30 euro e con una pausa pranzo di qualche minuto, il tempo necessario per mangiare un panino.

I lavoratori dalla paghetta mensile dovevano pagare anche 150 euro per un posto letto. Uno dei due arrestati avrebbe anche picchiato un dipendente che non si era presentato al lavoro.

Arrestato, ai domiciliari, dai carabinieri un egiziano di 23 anni, quindi, che insieme al fratello (irreperibile) è accusato di avere sfruttato il lavoro di quattro connazionali impiegati nell’impianto di lavaggio low-cost di auto a Città di Castello (sottoposto a sequestro). A suo carico è stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip di Perugia. Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (il cosiddetto caporalato), falso per induzione in errore del pubblico ufficiale, nonché numerose violazioni sulla prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro i reati contestati.

Dalle indagini, iniziate un anno fa, è emerso che gli imprenditori egiziani con la loro attività avevano di fatto “alterato i prezzi di mercato”. I lavoratori – è stato riferito dai militari del nucleo ispettorato del lavoro – erano impiegati per 12 ore al giorno e venivano retribuiti con trenta euro.
Secondo gli investigatori, inoltre, dovevano pagare 150 euro al mese per un posto letto concesso dai datori di lavoro.

Per i dettagli dell'operazione qui
Nella mattinata del 07 giugno 2019, in Città di Castello (PG), è stata eseguita una ordinanza di applicazione della misura cautelare agli arresti domiciliari nei confronti di un cittadino egiziano 23 enne indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro di cui all’art. 603 Bis del Codice Penale (Caporalato), falso per induzione in errore del P.U. di cui agli artt. 48 e 480 del c.p., nonché numerose violazioni inerenti alla prevenzione infortuni sui luoghi di lavoro di cui al Dlgs. 81/2008.

Contestualmente, è stata data altresì esecuzione al Decreto di Sequestro di un’attività di autolavaggio ubicata nello stesso centro, di cui il predetto è risultato essere titolare. L’indagine, avviata da circa un anno, è stata coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Perugia, con l’emissione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale ed il Decreto di sequestro emessi dal G.I.P. del capoluogo umbro. Con l’esecuzione dei citati provvedimenti, si dava luogo ad attività ispettiva in materia di lavoro e prevenzione infortuni nei confronti di 4 autolavaggi, di cui 2 ubicati in Umbria, 1 in Toscana ed 1 nelle Marche, riconducibili alla stessa persona arrestata.

La predetta attività investigativa, tuttora in corso per la verifica della regolarità del personale occupato, veniva eseguita anche dai militari dei Nuclei Ispettorato del Lavoro di Ascoli Piceno ed Arezzo con il concorso di quelli delle competenti Compagnie Territoriali di San Benedetto del Tronto e San Giovanni Valdarno, nonché i colleghi del Nucleo Operativo per la tutela del lavoro di Roma. Le indagini, finalizzate a contrastare il fenomeno dello sfruttamento della manodopera nello specifico settore degli autolavaggi “lowcost”e del fenomeno del “caporalato”, sono state avviate con una ispezione presso l’autolavaggio di Città di Castello, pianificata con l’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Perugia ed effettuata dai militari del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Perugia, congiuntamente a quelli della Stazione Forestale di Città di Castello, rientrando in una specifica attività di controllo a livello nazionale, coordinata dall’ispettorato Nazionale del lavoro.

Le predette attività investigative hanno permesso di accertare lo sfruttamento sistematico e reiterato di 4 lavoratori tutti di giovane età di origine egiziana, di cui uno “in nero”, occupati presso l’unità locale ispezionata, i quali percepivano una paga di 30 euro al giorno, a fronte di 12 ore di lavoro, a parte una piccola pausa di pochi minuti per il pranzo, lavorando anche la domenica per mezza giornata, senza fruire dei prescritti riposi settimanali, né delle ferie annuali, senza aver mai ricevuto il contratto di lavoro, né buste paga, né indennità di infortunio, con reiterate retribuzioni palesemente inferiori a quelle previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro della categoria. Inoltre, gli stessi lavoratori dovevano corrispondere al titolare dell’autolavaggio, un canone mensile di € 150, per poter usufruire di un posto letto fornito dall’azienda, il cui ricavo complessivo superava la spesa sostenuta per la locazione dello stesso immobile, risultando quindi un’attività lucrativa anche in questo senso.

Gli ospiti dovevano anche corrispondere al datore di lavoro il contributo per le utenze domestiche. Dalle indagini emergeva, poi,che il certificato di conformità dell’impianto elettrico dei locali adibiti a luogo di lavoro era falso, in quanto disconosciuto dal tecnico che risultava averlo rilasciato. E’ altresì emerso che due certificati medici esibiti dalla stessa ditta ai militari operanti, a riprova dell’idoneità fisica di altrettanti lavoratori, erano falsi, poiché la visita medica è risultata essere stata effettuata in realtà nei confronti di altri soggetti estranei, che si erano presentati al cospetto del medico competente con i documenti di identità dei lavoratori che dovevano essere visitati, sostituendosi di fatto ad essi. A latere, è stato accertato, in aggiunta, che la dichiarazione inoltrata al Comune per l’inizio attività (SCIA) è risultata falsa, poiché vi era stato espressamente dichiarato il pieno rispetto della normativa sulla prevenzione degli infortuni, che è risultata, invece, del tutto disattesa.

Difatti, è emerso che i lavoratori erano stati impiegati senza che fossero stati sottoposti ai prescritti accertamenti sanitari, senza che fossero stati consegnati i prescritti dispositivi di protezione individuale, senza la prescritta formazione circa i rischi inerenti alle loro mansioni, i possibili danni e le conseguenti misure di prevenzione e protezione dai rischi specifici di lavorazione, senza che fossero garantite le condizioni minime di salubrità dei luoghi di lavoro, senza aver effettuato la prescritta valutazione dei rischi e senza la nomina del responsabile del servizio di protezione e prevenzione infortuni e del responsabile dei lavoratori per la sicurezza per l’attuazione delle misure antincendio. Per le violazioni sopra indicate sono state notificate le relative “prescrizioni tecniche” per il ripristino delle condizioni di sicurezza, che non sono state però ottemperate dal datore di lavoro e per le quali sono state contestate oltre € 6000,00 di ammende. Nell’ambito delle stesse indagini sono state contestate violazioni amministrative per oltre € 8000,00, oltre alla sospensione dell’attività imprenditoriale per “lavoro nero”.

I lavoratori versavano in grave stato di indigenza e costretti quindi ad accettare le condizioni di lavoro sfavorevoli in quanto si trovavano da soli in Italia e con la necessità di inviare il denaro ai familiari nel paese di origine, ovvero per la necessità di dimostrare un rapporto di lavoro in essere per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Si è accertato infine un grave fatto di violenza nei confronti di uno dei lavoratori che è stato malmenato dal datore di lavoro attualmente arrestato, poiché si era rifiutato di riprendere il lavoro.

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