Demografia, redditi bassi e industria fragile al centro dell’analisi
Una crisi strutturale, radicata e di lungo periodo, che non può essere letta senza partire dai dati demografici. È il quadro tracciato dalla Cgil di Perugia durante la conferenza stampa di fine anno, tenutasi il 29 dicembre alla Camera del lavoro, nel corso della quale il segretario generale Simone Pampanelli ha illustrato la relazione 2025 dell’organizzazione sindacale, affiancato dalla segreteria provinciale.
Il documento descrive un anno segnato da una sovrapposizione di crisi internazionali, nazionali e locali che hanno inciso direttamente sulle condizioni materiali di lavoratrici e lavoratori. Guerre, instabilità geopolitica, aumento dei costi energetici e compressione dei diritti si sono intrecciati con un contesto nazionale caratterizzato da perdita del potere d’acquisto, rinnovi contrattuali difficili e una manovra economica giudicata iniqua. In questo scenario, la Cgil ha rivendicato il ruolo svolto nelle mobilitazioni, dallo sciopero generale del 12 dicembre alle vertenze territoriali, fino alla protesta contro l’aumento delle tasse regionali, che ha portato a una revisione delle scelte iniziali della Giunta umbra.
Ampio spazio è stato dedicato all’attività di tutela individuale. Nel 2025 il Patronato Inca Cgil ha aperto oltre 39mila pratiche, il Caaf ne ha gestite più di 74mila, mentre l’ufficio vertenze e legale ha fornito circa 3.500 consulenze. Numeri che, secondo il sindacato, testimoniano come le Camere del lavoro restino spesso l’unico presidio di diritti, soprattutto nelle aree interne della provincia.
Sul piano demografico, la Cgil ha parlato di un territorio che si svuota e invecchia. Dal 2014 al 2025 la popolazione provinciale è diminuita del 3,8%, con un forte calo delle nascite e un saldo naturale ampiamente negativo. Aumentano gli over 65 e gli over 80, mentre cresce la quota di famiglie unipersonali e di persone non autosufficienti, con effetti diretti sulla sostenibilità del welfare e sul futuro del mercato del lavoro.
Il quadro dei redditi conferma una diffusa fragilità economica. Oltre due terzi dei contribuenti dichiarano meno di 26mila euro annui e più di un quarto non raggiunge i 10mila euro. Il reddito medio da lavoro dipendente, pari a poco più di 20mila euro lordi, è considerato insufficiente a fronte dell’aumento del costo della vita. Una situazione legata, secondo la Cgil, a un modello produttivo fondato su micro e piccole imprese, lavoro povero e precarietà.
Le difficoltà investono anche l’industria, in particolare il manifatturiero e il comparto metalmeccanico, con prospettive di peggioramento per l’automotive e il rischio di un rallentamento legato alla conclusione del Pnrr. Non mancano, inoltre, casi di crisi attribuite a scelte imprenditoriali e delocalizzazioni, come nella vertenza Unicoop Etruria.
Da qui la proposta sindacale: non un generico patto per il lavoro, ma un patto per il governo pubblico dello sviluppo e per la qualità dell’occupazione, fondato su politiche industriali, condizionalità negli incentivi alle imprese, applicazione dei contratti nazionali, salari dignitosi, sicurezza e sostenibilità.
Lo sguardo al 2026 si concentra su pace, fisco equo, sanità pubblica, diritti del lavoro e partecipazione. Il messaggio finale è netto: serve un cambio di passo, con politiche condivise e costruite a partire dai territori, per migliorare concretamente le condizioni di vita e di lavoro nella provincia di Perugia.

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