Centri vuoti e spese record, il governo sotto accusa
Il progetto dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) in Albania voluto dal governo Meloni si è rivelato un flop sul piano operativo e un salasso su quello economico. A rivelarlo sono i dati riportati da Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Domani e Il Manifesto, che hanno acceso i riflettori su una gestione definita “fallimentare” anche da fonti interne all’esecutivo.
La struttura realizzata a Shengjin e quella prevista a Gjadër, presentate lo scorso anno come parte centrale della strategia per la gestione dei flussi migratori, sono costate fino ad ora oltre 74 milioni di euro, ma sono state operative solo per cinque giorni effettivi. A fronte di questo investimento, non è stato registrato alcun effettivo rimpatrio attraverso questi centri.
Il costo giornaliero per migrante, secondo quanto riferito da Domani, si aggirerebbe attorno ai 153.000 euro: una cifra che ha sollevato critiche feroci da parte delle opposizioni parlamentari, ma anche perplessità tra alcuni settori della maggioranza. Il nodo è politico e tecnico allo stesso tempo: mentre si affermava la necessità di soluzioni esterne per la gestione dei flussi, i risultati concreti sono rimasti nulli.
La Verità ha messo in evidenza come i costi di gestione siano stati pianificati su presenze inesistenti, aggravando una spesa pubblica già sotto pressione. Anche Il Dubbio ha sottolineato che i CPR non rispettano pienamente gli standard del diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda il trattamento delle persone migranti, mentre Il Riformista ha parlato apertamente di “calpestamento dei diritti” a spese dei contribuenti.
Le reazioni non si sono fatte attendere. L’opposizione, guidata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, ha chiesto la sospensione immediata del progetto, giudicato insostenibile sia sul piano finanziario che su quello umanitario. Secondo quanto riportato da Avvenire, la Conferenza Episcopale Italiana ha espresso preoccupazione per l’approccio del governo verso il tema migratorio, definendolo “emergenziale e disumano”.
Intanto, emerge una gestione opaca anche sul piano contrattuale. Come evidenziato da Il Sole 24 Ore, non è chiaro il ruolo di alcune aziende coinvolte nella logistica e nella costruzione dei centri, né le condizioni contrattuali sottoscritte tra Italia e Albania. Il governo albanese, che aveva inizialmente accolto il progetto come simbolo di cooperazione bilaterale, secondo L’Espresso starebbe riconsiderando la portata dell’accordo in seguito alla forte esposizione mediatica negativa.
In questo quadro, si inserisce il crescente malcontento interno al centrodestra. Mentre la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni continua a sostenere pubblicamente l’utilità del progetto, alcuni esponenti di Forza Italia e della Lega – come riportato da Il Messaggero – iniziano a prendere le distanze da un’iniziativa considerata troppo onerosa e poco produttiva.
Anche il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, protagonista nelle scorse settimane di polemiche per la sua posizione oscillante sulla separazione delle carriere, è finito nel mirino. Secondo Il Manifesto, il suo tentativo di difendere il progetto dei CPR davanti alla stampa è stato giudicato debole e incoerente. Alcuni giuristi, intervistati da Il Dubbio, hanno sottolineato l’incompatibilità dell’internamento nei CPR albanesi con i principi costituzionali italiani.
A pesare ulteriormente sulla credibilità del progetto è l’assenza di risultati concreti. Come riportato da Il Riformista, a oggi non vi è stata alcuna operazione di rimpatrio riconducibile direttamente ai centri in Albania. Il loro impatto reale sull’alleggerimento del sistema di accoglienza italiano è dunque nullo.
Nel frattempo, si moltiplicano gli interrogativi anche sulle procedure di vigilanza e trasparenza. La Corte dei Conti, riferisce La Stampa, starebbe valutando l’apertura di un’istruttoria per accertare la regolarità nella gestione dei fondi pubblici destinati al progetto. Un segnale, questo, che potrebbe preludere a nuovi sviluppi giudiziari.
Il governo italiano, nonostante le critiche, insiste sull’importanza strategica del piano, inserendolo nel più ampio quadro della cooperazione internazionale contro l’immigrazione irregolare. Tuttavia, come sottolineato da Internazionale, il modello dei CPR esternalizzati rischia di diventare un boomerang politico e simbolico: da soluzione annunciata a fallimento documentato.
Infine, mentre il dibattito politico si accende, la pressione sull’esecutivo cresce. L’opinione pubblica – evidenzia Il Giornale – appare divisa, ma è in aumento la percezione di inefficacia nella gestione della politica migratoria. In questo scenario, il progetto albanese si candida a diventare un caso emblematico del divario tra annunci e realtà operativa del governo in carica.

Commenta per primo