Infiltrazioni criminali in Umbria nel gioco illegale, ‘ndrangheta, relazione DIA



Infiltrazioni criminali in Umbria nel gioco illegale, ‘ndrangheta, relazione DIA

«Non sono da sottovalutare i segnali di infiltrazioni della criminalità organizzata pugliese e lucana verso il territorio umbria», come testimonia «l’indagine ’Ndrangames che ha colpito l’operatività del clan potentino Martorano-Stefanutti, individuandone le connessioni operative con la ’ndrangheta del crotonese nel settore del gioco illegale».

Lo ricorda la relazione della Direzione Investigativa Antimafia relativa al secondo semestre 2018 e trasmessa in Parlamento, comunica Agipronews. «In quel contesto, era stato disposto il sequestro preventivo di apparecchiature elettroniche installate da società riconducibili agli indagati e collocate, tra l’altro, anche presso tre esercizi pubblici della provincia di Perugia».

L’operazione Ndrangames risale al marzo 2017 quando la Procura di Potenza scoprì almeno tremila slot illegali piazzate dai clan calabresi e lucani in tutta Italia, che fruttavano annualmente un ricavo stimato in 200 mila euro l’anno per ogni apparecchio e, secondo le stime degli investigatori, un guadagno annuo di circa 593 milioni di euro. L’indagine portò a 19 ordinanze di custodia cautelare.

Il sistema messo in piedi dai clan era protetto da una sofisticatissima rete di server e cloud stranieri, e con un meccanismo di accesso realizzato da hacker, italiani ed europei, di altissimo livello. Il gip aveva disposto una misura di custodia cautelare in carcere, undici arresti domiciliari, sette obblighi di dimora, e il sequestro preventivo di sette società.

I reati ipotizzati, a vario titolo, erano di associazione per delinquere transnazionale pluriaggravata, e raccolta dei proventi illeciti del gioco illegale on line attraverso strumenti informatici e telematici. Le indagini furono svolte tra il 2012 e il 2015, con un coordinamento investigativo con le Dda di Catanzaro e Bologna.

Le slot erano prive delle autorizzazioni dei Monopoli e sullo schermo riportavano semplici giochi dimostrativi: accedendo però al sistema criptato attraverso una card in possesso del gestore del locale pubblico, i giocatori entravano nel sistema vero e proprio, criptato e sostenuto da server stranieri, in Olanda, Grecia e negli Stati Uniti, architettato da hacker che potevano anche disattivarlo da un controllo remoto, per eludere i controlli delle forze dell’ordine e cancellare la cronologia delle operazioni. Le slot sono state scoperte in Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Lazio, Marche, Sardegna, Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*