2 agosto 1980, 38 anni fa la strage di Bologna

2 agosto 1980, 38 anni fa la strage di Bologna Il 2 agosto 1980 è un caldo sabato di esodo estivo. Le code in autostrada sarebbero, come da copione, l’argomento del giorno per quotidiani e telegiornali. Alle ore 10:25, invece, un’esplosione alla stazione centrale di Bologna spezza la routine del rito delle vacanze, e l’Italia torna nell’incubo del terrorismo: 85 morti e 200 feriti il bilancio finale della strage più sanguinosa nella storia italiana. L’ora della tragedia rimarrà impressa, come ricordo indelebile, nelle lancette ferme del grande orologio che si affaccia sul piazzale della stazione (LE FOTO DELLA STRAGE).

Il boato alle 10:25

Alle 10:25 un boato squarcia l’ala sinistra dell’edificio: la sala d’aspetto di seconda classe, il ristorante, gli uffici del primo piano si trasformano in un cumulo di macerie e polvere. Rimane colpito anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Nel ristorante-bar self service perdono la vita sei lavoratrici. La polvere ricopre totalmente i passeggeri. Comincia un’opera interminabile per i tantissimi soccorritori, si forma una catena spontanea di aiuti. Inizia anche la conta della vittime: la più piccola è Angela Fresu, appena tre anni, poi Luca Mauri di sei, Sonia Burri di sette, e via via fino a Maria Idria Avati, di 80 anni, e Antonio Montanari, di 86. Interviene anche l’esercito, mentre il silenzio irreale nel centro città è squarciato dalle sirene di ambulanze, vigili del fuoco, forze dell’ordine.

Il bus 37, simbolo dei soccorsi

Un bus Atc della linea 37 diventa simbolo di quel 2 agosto perché si trasforma in un improvvisato carro funebre che fa la spola con l’obitorio di via Irnerio, a poca distanza, per trasportare le salme. Le ambulanze servono invece per i feriti che vengono smistati in tutti gli ospedali, dove rientrano in servizio medici e infermieri. L’autobus 37 è sempre più protagonista delle commemorazioni: nel 2017 è stato riportato in piazza Medaglie d’Oro, e nel 2018 prende parte al corteo dall’incrocio con via Irnerio fino alla stazione.

La commozione di Pertini e i funerali

In stazione dopo l’esplosione arriva il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, commosso e angosciato, mentre tutt’intorno una catena umana continua a spostare detriti nella speranza di trovare qualcuno ancora in vita. Quella stessa sera piazza Maggiore si riempie per una manifestazione, la prima risposta di mobilitazione politica per chiedere giustizia e verità, mentre all’obitorio si continua a tentare di dare un nome alle salme. Un’identità a cui si risale a volte solo grazie a brandelli di indumenti o di documenti, a un anello, ai resti di una catenina. Il giorno dei funerali, il sindaco Renato Zangheri ricorda come lo stesso copione fosse stato già vissuto sei anni prima, il 4 agosto 1974, sull’Italicus a San Benedetto Val di Sambro, con 12 morti e 44 feriti. Le prime ipotesi investigative parlano dello scoppio di una caldaia, ma nel punto dell’esplosione non ci sono caldaie. La fuga di gas viene presto scartata per lasciare spazio alla vera causa della strage: una bomba ad alto potenziale.

Le condanne degli esecutori e la ricerca della verità sui mandanti

Quasi 40 anni dopo, la memoria della strage è tenuta viva dalla cittadinanza, e dalle Associazioni dei familiari delle vittime, che chiedono di conoscere tutta la verità sulla strage, soprattutto sui suoi mandanti. Alla fine di un lunga serie di processi, sono definitive dal 1995 le condanne all’ergastolo, come esecutori della strage, di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, dei Nar, gruppo terroristico di estrema destra attivo tra fine anni ’70 e primi ’80. Nel 2007 la Cassazione ha confermato la condanna a 30 anni anche per un altro ex Nar, Luigi Ciavardini, minorenne all’epoca. Sempre la Cassazione, nel novembre 1995, ha confermato le condanne per Licio Gelli (10 anni), Francesco Pazienza (10) e degli ex ufficiali del Sismi Pietro Musumeci (8 e 5 mesi) e Giuseppe Belmonte (7 e 11 mesi) per i depistaggi alle indagini.

Il nuovo processo: Cavallini imputato per concorso

A quasi 38 anni dai fatti, ha poi preso il via alla fine del 2017 un nuovo processo sull’attentato. Gilberto Cavallini, 65 anni, ex Nar, ergastolano in semilibertà, è imputato davanti alla Corte di Assise per rispondere di concorso nella strage. L’accusa è di aver aiutato e supportato Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: Cavallini li avrebbe alloggiati in Veneto, fornendo documenti falsi e poi anche la vettura per il viaggio da Padova a Bologna. A questa imputazione la Procura bolognese è arrivata sulla base di una rilettura aggiornata degli atti e su impulso degli esposti dell’Associazione dei familiari delle vittime che da tempo chiede alla magistratura di approfondire tanti aspetti della strage rimasti oscuri.

L’inchiesta sui mandanti

Il livello superiore, cioè quello dei mandanti, è infatti sempre rimasto avvolto nel mistero e la Procura ordinaria, dopo anni di indagine, aveva chiesto l’archiviazione. Il fascicolo è sempre rimasto contro ignoti. La Procura generale però, nell’ottobre 2017, ha avocato a sé il fascicolo e ora, pur nella difficoltà di svolgere accertamenti a 38 anni dai fatti, sta conducendo l’inchiesta. All’indagine lavorano carabinieri del Ros, Digos e Guardia di Finanza. A opporsi all’archiviazione era stata l’associazione dei familiari delle vittime dell’attentato, fin da subito molto critica con la scelta dei pm, che ha accolto positivamente la notizia dell’avocazione: “È la conferma della validità delle motivazioni che abbiamo esposto contro la richiesta di archiviazione”. Il 24 luglio 2018, il procuratore generale di Bologna Ignazio De Francisci ha smentito alcune indiscrezioni di stampa secondo cui il fascicolo non sarebbe più contro ignoti, con l’inserimento di alcuni nomi nel registro degli indagati dopo alcuni accertamenti sui conti del capo della P2 Licio Gelli. (Sky TG 24)

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